L’art. 21 L. 247/12 – LA CANCELLAZIONE DEGLI AVVOCATI – NON IN MIO NOME!

art. 21 L. 247/12

ARCHIVIO 17/2/15
In queste ore i Consigli dell’Ordine e il CNF stanno valutando lo schema di decreto ministeriale concernente il “Regolamento recante disposizioni per l’accertamento dell’esercizio della professione, a norma dell’articolo 21, COMMA 1, della legge 31 dicembre 2012, n. 247”, ai quali è stato inoltrato per il relativo parere, prima della sua approvazione definitiva, prevista con ogni probabilità entro maggio 2015.
Il decreto ministeriale “tenta” di riempire di contenuti i requisiti richiesti dalla Legge 247/12, ossia quei fumosi concetti di “abitualità, effettività, continuità e prevalenza”, di difficile interpretazione e applicazione in una professione che, per sua natura e importanza, deve restare libera e indipendente da condizionamenti politici o economici.

Ciò che tutti sottovalutano, tentando di dare giustificazioni all’accettazione di tale normativa illiberale, attraverso ragionamenti intrisi di “luoghi comuni” non riscontrati o realmente verificati, quali la correlazione tra il numero delle cause e il numero degli avvocati, lo scadimento della qualità della professione, l’eccessivo numero di Cassazionisti, ecc., è il grave rischio, al contrario, di una deriva dell’Etica professionale e della Libertà, dell’Autonomia e della Indipendenza dell’Avvocatura, con gravi ripercussioni persino sulla domanda di giustizia e sulla difesa dei diritti dei cittadini (intendendo per tali sia comunitari che extracomunitari, ovviamente).

Per chi ancora non abbia capito o letto cosa dice l’art. 21 riporto di seguito sia il testo di legge che il disposto regolamentare in via di approvazione:
Art. 21.
(Esercizio professionale effettivo, continuativo, abituale e prevalente e revisione degli albi, degli elenchi e dei registri; obbligo di iscrizione alla previdenza forense)

1. La permanenza dell’iscrizione all’albo è subordinata all’esercizio della professione in modo effettivo, continuativo, abituale e prevalente, salve le eccezioni previste anche in riferimento ai primi anni di esercizio professionale. Le modalità di accertamento dell’esercizio effettivo, continuativo, abituale e prevalente della professione, le eccezioni consentite e le modalità per la reiscrizione sono disciplinate con regolamento adottato ai sensi dell’articolo 1 e con le modalità nello stesso stabilite, con esclusione di ogni riferimento al reddito professionale.
2. Il consiglio dell’ordine, con regolarità ogni tre anni, compie le verifiche necessarie anche mediante richiesta di informazione all’ente previdenziale.
3. Con la stessa periodicità, il consiglio dell’ordine esegue la revisione degli albi, degli elenchi e dei registri, per verificare se permangano i requisiti per la iscrizione, e provvede di conseguenza. Della revisione e dei suoi risultati è data notizia al CNF.
4. La mancanza della effettività, continuatività, abitualità e prevalenza dell’esercizio professionale comporta, se non sussistono giustificati motivi, la cancellazione dall’albo (…).
8. L’iscrizione agli Albi comporta la contestuale iscrizione alla Cassa nazionale di previdenza e assistenza forense (…)

Art. 2 della Bozza di regolamento attuativo dell’art. 21:
(…) Il consiglio dell’ordine circondariale, ogni tre anni a decorrere dall’entrata in vigore del presente regolamento, verifica, con riguardo a ciascuno degli avvocati iscritti all’albo, anche a norma dell’articolo 6 del decreto legislativo 2 febbraio 2001, n. 96, la sussistenza dell’esercizio della professione in modo effettivo, continuativo, abituale e prevalente. La verifica di cui al periodo precedente non è svolta per il periodo di cinque anni dalla prima iscrizione all’albo. La professione forense è esercitata in modo effettivo, continuativo, abituale e prevalente quando l’avvocato: a) è titolare di una partita IVA attiva; b) ha l’uso di locali e di almeno un’utenza telefonica destinati allo svolgimento dell’attività professionale, anche in associazione professionale, società professionale o in associazione di studio con altri colleghi; c) ha trattato almeno cinque affari per ciascun anno, anche se l’incarico professionale è stato conferito da altro professionista; d) è titolare di un indirizzo di posta elettronica certificata, comunicato al consiglio dell’Ordine; e) ha assolto l’obbligo di aggiornamento professionale secondo le modalità e le condizioni stabilite dal Consiglio Nazionale Forense; f) ha in corso una polizza assicurativa a copertura della responsabilità civile derivante dall’esercizio della professione, ai sensi dell’art. 12, comma 1, della legge; g) ha corrisposto i contributi annuali dovuti al consiglio dell’ordine; h) ha corrisposto i contribuiti dovuti alla Cassa di Previdenza Forense. I requisiti previsti dal comma 2 devono ricorrere congiuntamente. La documentazione comprovante il possesso delle condizioni di cui al comma 2, è presentata ai sensi degli articoli 46 e 47 del decreto del Presidente della Repubblica 28 dicembre 2000, n. 445(…).

Con tale normativa vengono palesemente violati i principi cardine della professione, racchiusi nello stesso codice deontologico forense, secondo i quali “l’Avvocato esercita la propria attività in piena libertà, autonomia ed indipendenza per tutelare i diritti e gli interessi della persona, assicurando la conoscenza delle leggi ai principi della Costituzione nel rispetto della Convenzione per la salvaguardia dei diritti umani e dell’ordinamento comunitario” (così nel preambolo al vecchio codice deontologico e nelle norme del nuovo codice deontologico), ed ancora, nell’eserciziodell’attività professionale l’avvocato ha il dovere di conservare la propria indipendenza e difendere la propria libertà da pressioni o condizionamenti esterni. L’avvocato non deve tenere conto di interessi riguardanti la propria sfera personale (v. codice deontologico).

La nostra indipendenza, quindi, oltre che un principio, è un dovere e costituisce anche uno dei principi fondamentali del codice deontologico degli avvocati europei (art. 2) laddove si parla di “indipendenza ASSOLUTA, immune da qualsiasi pressione, in particolare quella derivante da propri interessi o da influenze esterne… L’Avvocato deve evitare ogni attacco alla propria indipendenza…” (leggasi il codice deontologico degli avvocati europei, approvato il 1988 e s.m.).

Difficile poter rispettare i superiori principi se proprio la norma contenuta nell’art. 21, impone, per la prima volta in Europa e in tutto l’Occidente, “condizionamenti” e criteri, come quelli indicati nella bozza di regolamento ministeriale, sul modo di esercitare la professione forense in assenza dei quali il professionista potrà essere cancellato dall’albo.
L’Avvocato, proprio in considerazione dell’importante funzione che svolge e al fine di una effettiva, ampia e imparziale difesa del cittadino, deve essere libero e indipendente e non soggiogato dai propri Rappresentanti attraverso parametri di natura squisitamente politica, oggi anche ECONOMICI, legati puramente alle sorti del mercato legale, che risultano anche in contrasto con i principi comunitari di libera concorrenza.

Come avevo già scritto in altre occasioni, vi segnalo l’esempio negativo della Cina che, in questo, ci ha anticipati, così come denuncia un rapporto di Amnesty International, secondo la quale il governo cinese ha applicato una serie di misure per mettere sotto controllo la professione legale e ridurre al silenzio gli avvocati che si occupano di diritti umani.
Questo scriveva qualche anno fa Amnesty: “Il governo cinese sta cercando di adattare e manipolare le leggi per stroncare chi ritiene costituire una minaccia” – ha accusato Catherine Baber, vicedirettrice del Programma Asia e Pacifico di Amnesty International. “Gli avvocati per i diritti umani sono nel mirino delle autorità perché cercano di usare le leggi per proteggere i cittadini contro gli abusi compiuti dallo stato. Chiediamo al governo di rilasciare tutti coloro che sono stati arrestati o fatti sparire per aver esercitato o persino per aver protetto i diritti fondamentali”. Coloro che esercitano la professione legale devono sottoporsi a una “valutazione annuale” che molti ritengono non abbia alcun fondamento legislativo. Le autorità locali esaminano gli studi legali, mentre i singoli avvocati sono valutati da presunti Ordini indipendenti. Gli avvocati che si arrischiano a occuparsi di cause sensibili, come quelle che hanno a che fare coi diritti umani, spesso non superano l’esame e si vedono sospendere o revocare la licenza (v. rapporto di Amnesty International su http://www.amnesty.it/cina-intensificata-repressione-sugli-avvocati).
Non v’è chi non veda in questa ultima normativa allarmanti analogie con le norme contenute nella nostra legge professionale, a partire dall’accesso alla professione, per continuare con la formazione continua e le specializzazioni, fino ad arrivare al pericoloso potere di cancellazione del professionista con l’art. 21.
E’ chiaro che l’intento del ns Legislatore e dei ns rappresentanti di categoria non è quello del Governo cinese, ma il rischio che qualcuno possa “sfruttare” questa normativa anche per tali fini (il bavaglio di certa avvocatura, soprattutto dei difensori dei diritti umani), alla luce del momento storico, economico e politico dell’Italia, è dietro l’angolo.

Unico requisito, già presente nella nostra Carta fondamentale, per l’abilitazione all’esercizio di una professione è il superamento di un esame di Stato e non altro!

Gli ulteriori requisiti aggiunti dalla Legge 247/12, approvata grazie alla richiesta sollecitata di una piccola parte dell’Avvocatura, quella elitaria, riunitasi a Bari in un congresso selezionato, pongono evidentemente la legge al di fuori del tessuto normativo voluto dal ns Costituente.
Anzi, la legge forense, per ordinare l’esercizio della professione, si basa su, e impone, un “successo economico-professionale”, anziché riconoscere concretamente una inviolabilità e una indipendenza della Difesa del cittadino, svilendo così la nostra funzione e consegnando l’Avvocatura in mano ai settori economici più potenti e ricchi, a discapito delle fasce più deboli della società.

La gravità di tale situazione è ancor più evidente con la disastrosa gestione, da parte del Ministero della Giustizia e dalla Magistratura, dell’istituto del Gratuito patrocinio, che, posto a base della effettività della difesa del cittadino in ogni giurisdizione, ai sensi dell’art. 24 della Costituzione, rendono del tutto precaria sia la Difesa che il Difensore con evidenti ricadute sulla tutela dei diritti fondamentali della persona.
Bisogna, quindi, rimandare al mittente la bozza del regolamento ministeriale, non potendosi applicare, ma soprattutto è NECESSARIO CHIEDERE L’ABROGAZIONE DELL’art. 21 L. 247/12, essendo l’unico rimedio alla possibile e imminente cancellazione di migliaia di professionisti, tra i quali anche migliaia di difensori dei diritti umani.
Al riguardo, segnalo la proposta di legge AC1171 a firma Magorno, Enza Bruno Bossio e altri, reperibile su http://www.camera.it/leg17/126?tab=1&leg=17&idDocumento=1171&sede=&tipo=
Il futuro regolamento, se sarà approvato, non verrà approvato IN MIO NOME, perché chi pone le basi per la futura eliminazione dell’Avvocatura non mi rappresenta e non dovrebbe rappresentare nessuno!
Prepariamoci tutti a impugnare il futuro regolamento e a chiedere con forza, in ogni sede, e con compattezza l’abrogazione dell’Art. 21 L. 247/12.

NESSUNO DOVRA’ ESSERE CANCELLATO PER MOTIVI POLITICI E ECONOMICI!

Intraprendiamo ogni e più ampia azione al fine di sollecitare la immediata calendarizzazione e discussione innanzi alla Commissione Giustizia della Camera dei Deputati, prima, e innanzi all’Assemblea, poi, del Progetto di legge AC 1171, unico testo di legge esistente che può salvare la nostra professione e la difesa dei diritti umani in Italia.

Avv. Eugenio Naccarato

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